Raccolta della normativa statale e regionale in materia elettorale

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REGIONE ABRUZZO - Giunta regionale - Sito ufficiale

     Elezioni regionali 2019

Gli atti della Regione

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE 21 settembre 2018, n. 71 (Elezioni 2019 del Presidente della Giunta Regionale e del Consiglio Regionale d'Abruzzo. Determinazione seggi.)

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE 21 settembre 2018, n. 72 (Elezioni 2019 del Presidente della Giunta Regionale e del Consiglio Regionale d'Abruzzo. Indizione.)

DELIBERAZIONE DELL'UFFICIO DI PRESIDENZA DEL CONSIGLIO REGIONALE 25 ottobre 2018, n. 123 (Ricognizione dei Gruppi consiliari presenti nel Consiglio regionale al momento della indizione delle elezioni regionali.)

La giurisprudenza costituzionale

SENTENZA n. 422 del 1995, nel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 5, secondo comma, ultimo periodo, della legge 25 marzo 1993, n. 81 (Elezione diretta del sindaco, del presidente della provincia, del consiglio comunale e del consiglio provinciale) a norma del quale "nelle liste dei candidati nessuno dei due sessi può essere di norma rappresentato in misura superiore a due terzi", per violazione degli artt. 3, primo comma, 49 e 51, primo comma, della Costituzione.
SENTENZA n. 49 del 2003, nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 2, comma 2, e 7, comma 1, della legge regionale della Valle d'Aosta recante "Modificazioni alla legge regionale 12 gennaio 1993, n. 3 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale della Valle d'Aosta), già modificata dalle leggi regionali 11 marzo 1993, n. 13 e 1° settembre 1997, n. 31, e alla legge regionale 19 agosto 1998, n. 47 (Salvaguardia delle caratteristiche e tradizioni linguistiche e culturali delle popolazioni walser della valle del Lys)", approvata dal Consiglio regionale a maggioranza di due terzi dei componenti il 25 luglio 2002, e pubblicata per notizia nel Bollettino Ufficiale della Regione del 2 agosto 2002. Successivamente alla proposizione del ricorso la legge regionale impugnata - una volta decorso il termine per la richiesta di referendum - è stata promulgata e pubblicata come legge regionale 13 novembre 2002, n. 21. Le disposizioni impugnate, rispettivamente, inserivano l'art. 3-bis e sostituiscono l'art. 9, comma 1, lettera a, nella legge regionale 12 gennaio 1993, n. 3 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale della Valle d'Aosta). Precisamente, il nuovo art. 3-bis della legge sull'elezione del Consiglio, inserito dall'art. 2 della legge impugnata, stabilisce, al comma 2, che le liste elettorali devono comprendere "candidati di entrambi i sessi"; a sua volta il nuovo art. 9, comma 1, lettera a della legge elettorale, sostituito dall'art. 7, comma 1, della legge impugnata, prevede che vengano dichiarate non valide dall'ufficio elettorale regionale le liste presentate che non corrispondano alle condizioni stabilite, fra cui quella "che nelle stesse siano presenti candidati di entrambi i sessi".
Le predette sentenze si pronunciano entrambe sulla questione del principio della pari opportunità di genere nell'accesso alle cariche elettive, operando in particolare una distinzione tra le misure che le Regioni possono adottare per il riequilibro di genere della rappresentanza politica tra le cd. azioni positive e le cd. norme antidiscriminatorie. Le prime si sostanziano in un trattamento diseguale e postulano la previsione di un particolare e differenziato vantaggio attribuito ad un gruppo soltanto, da cui un altro rimarrebbe escluso. Tali misure, che possono certamente essere adottate per eliminare situazioni di inferiorità sociale ed economica o, più in generale, per compensare e rimuovere le disuguaglianze materiali tra gli individui, non possono, tuttavia, incidere direttamente sul contenuto stesso di quei medesimi diritti, rigorosamente garantiti in egual misura a tutti i cittadini in quanto tali, tra cui, in particolare, il diritto di elettorato passivo (sentenza n. 422 del 1995; n. 49 del 2003). Le seconde, invece, si limitano ad assicurare ai cittadini di entrambi i sessi di partecipare alle competizioni elettorali, senza attribuire privilegi o favori.La Regione Valle d'Aosta, in attuazione del precetto contenuto nella legge cost. n. 2/2001, ha adottato una misura di riequilibro tra i sessi nella rappresentanza politica, riformando la legge elettorale per il Consiglio regionale con l'introduzione della regola secondo cui ogni lista di candidati all'elezione del Consiglio regionale deve prevedere la presenza di entrambi i sessi. A seguito del ricorso governativo la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 49 del 2003, ha avuto modo di chiarire il valore ed il significato di tale scelta legislativa alla luce del nuovo assetto costituzionale. Secondo la Corte la disposizione in argomento: non pone l'appartenenza all'uno o all'altro sesso come requisito ulteriore di eleggibilità, e nemmeno di "candidabilità" dei singoli cittadini; non è riconducibile alla categoria delle azioni positive. La norma, difatti, non introduce differenziazioni in base al sesso dei candidati o degli aspiranti alla candidatura, sia perché fa riferimento indifferentemente a candidati di entrambi i sessi, sia perché da essa non discende alcun trattamento diverso di un candidato rispetto all'altro in ragione del sesso; si limita a stabilire un vincolo non già all'esercizio del voto o all'esplicazione dei diritti dei cittadini eleggibili, ma alla formazione delle libere scelte dei partiti e dei gruppi che formano e presentano le liste elettorali, precludendo loro (solo) la possibilità di presentare liste formate da candidati tutti dello stesso sesso; viene definita come misura minima di non discriminazione: il che, da un lato conferma che siamo nell'ambito delle norme antidiscriminatorie, e non delle azioni positive, e dall'altro fa intendere che non è affatto esclusa l'ammissibilità di interventi ancora più incisivi; può senz'altro ritenersi una legittima espressione sul piano legislativo dell'intento di realizzare la finalità promozionale espressamente sancita dallo statuto speciale in vista dell'obiettivo di equilibrio della rappresentanza. Dall'esame della sentenza n. 49 del 2003 emerge chiaramente il mutato indirizzo della Corte rispetto alla precedente sentenza n. 422/1995, con la quale erano state annullate tutte le previsioni normative che stabilivano meccanismi di riserva nelle liste dei candidati in ragione del sesso (cd. quote rosa) per le candidature alle elezioni locali e regionali, in quanto in grado di incidere negativamente sulla garanzia della eguaglianza nel godimento del diritto di elettorato passivo (art. 3 e 51 cost.). Le ragioni del nuovo orientamento patrocinato dalla Corte nella sentenza n. 49/2003 derivano sia dalla natura della regola oggetto del sindacato di costituzionalità, sia dal mutato quadro dei principi costituzionali. Difatti, il vincolo derivante dalla necessaria presenza nelle liste di candidati appartenenti ai due sessi, posto dalla riformata legge elettorale per il Consiglio regionale della Valle d'Aosta, non costituisce secondo la Corte una limitazione del diritto di voto (art. 48 Cost.) o del diritto di elettorato politico passivo (art. 51 Cost.) ma è rivolto, nella fase anteriore alla competizione elettorale, unicamente alle liste e ai soggetti che le presentano, precludendo loro solo la possibilità di presentare liste formate da candidati tutti dello stesso sesso. Inoltre, la misura introdotta sarebbe giustificata alla luce del mutato quadro costituzionale in cui la riforma degli Statuti speciali nel 2001 e la riforma del titolo V Cost., art. 117, comma 7 avrebbero posto, secondo la Corte, come doverosa per le Regioni l'azione promozionale per la parità di accesso alle consultazioni elettorali.

SENTENZA n. 304 del 2002, nel giudizio di legittimità costituzionale della deliberazione legislativa statutaria adottata, in seconda votazione, il 24 luglio 2001 dal Consiglio regionale della Regione Marche e recante "Disciplina transitoria in attuazione dell'articolo 3 della legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1".
Tale sentenza rileva in particolare nella parte in cui la Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della deliberazione legislativa statutaria adottata, in seconda votazione, il 24 luglio 2001 dal Consiglio regionale della Regione Marche e recante "Disciplina transitoria in attuazione dell'articolo 3 della legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1 laddove prevedeva che in via transitoria, e segnatamente fino alla approvazione del nuovo statuto regionale, il vicepresidente della Giunta regionale subentrasse al Presidente nell'esercizio delle relative funzioni, nel caso di morte o impedimento permanente di quest'ultimo, per violazione del principio del simul stabunt simul cadent ricavabile dagli artt. 122, ultimo comma, e 126, terzo comma, Cost., nonché con l'art. 5, comma 2, lettera b), della legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1.

SENTENZA n. 196 del 2003, nei giudizi di legittimità costituzionale della legge della Regione Calabria 15 marzo 2002, n. 14 (Disposizioni sulla prorogatio degli organi regionali), e della legge della Regione Abruzzo 19 marzo 2002, n. 1 (Disposizioni sulla durata degli Organi e sull'indizione delle elezioni regionali).
Con la tale decisione la Corte, per quel che qui interessa, si è pronunciata in ordine:
- alla competenza legislativa delle Regioni in materia elettorale dopo l'entrata in vigore della L. cost. n. 1 del 1999;
- sulla suddetta competenza legislativa delle Regioni, nella fase transitoria, prima dell'entrata in vigore dei nuovi Statuti regionali;
- sulla tecnica legislativa adottata dalla L.r. Abruzzo 19 marzo 2002, n. 1 "Disposizioni sulla durata degli Organi e sull'indizione delle elezioni regionali", di recepimento, modifica e sostituzione della legge 17 febbraio 1968, n. 108;
- su singole disposizioni della L.r. Abruzzo n. 1 del 2002 in materia di procedimento elettorale.
In particolare, con la sentenza n. 196 del 2003, la Corte costituzionale ha dichiarato:
- non fondate le censure mosse alle disposizioni della L.R. n. 1 del 2002, che attribuiscono al Presidente della Giunta la competenza ad emanare il decreto che assegna i seggi alle singole circoscrizioni ed il decreto di indizione delle elezioni in quanto tale intervento legislativo riguarda " ...un oggetto - il procedimento per l'elezione del Consiglio - divenuto ormai di competenza della Regione ai sensi dell'art. 122, primo comma della Costituzione e riguarda aspetti procedurali non incidenti sui principi fondamentali ricavabili in materia dalla legislazione statale, né sui vincoli che discendono dal rispetto della normativa transitoria dettata, in pendenza dell'approvazione dello statuto, dall'art. 5 della legge costituzionale n. 1 del 1999";
- fondata la censura mossa alla norma della L.R. n. 1 del 2002 che attribuiva al Presidente della Giunta la competenza ad adottare l'atto che rende esecutivo il riparto delle spese per gli adempimenti comuni alle elezioni regionali, provinciali, comunali in caso di loro contemporaneità in quanto "la disposizione impugnata incide [...] sulla materia della "legislazione elettorale" dei Comuni e delle Province, che spetta allo Stato, ai sensi del nuovo art. 117, secondo comma, lettera p, della Costituzione";
- non fondata la censura mossa alla disposizione della L.R. n. 1 del 2002 che disciplina il termine iniziale per lo svolgimento delle elezioni - "a decorrere dalla quarta domenica precedente il compimento del quinquennio" - in quanto tale previsione "conforme del resto a quella della legge statale, riguarda il procedimento elettorale, di competenza della Regione, mentre il riferimento al "quinquennio" può intendersi come fatto al periodo del mandato consiliare oggi stabilito dalla legge dello Stato [...]";
- non fondata, per le stesse ragioni, la censura rivolta alla norma della L.r. n. 1 del 2002 che prevede che le elezioni sono indette entro tre mesi, precisando che: "anche se non è chiaro se detto termine ad quem - oggi assente nella legge statale, che prevede solo il termine iniziale - sia fatto decorrere, nel caso di scadenza del mandato, da tale scadenza, ovvero dalla quarta domenica antecedente la stessa, a partire dalla quale le elezioni possono avere luogo ai sensi del precedente comma 2. In ogni caso, non può dirsi che tale termine sia eccessivamente lungo, tenuto conto anche che esso, pur se fatto decorrere dalla scadenza del Consiglio, supera di soli venti giorni il periodo massimo di settanta giorni dalla fine del mandato delle Camere, entro il quale devono essere elette le nuove, ai sensi dell'art. 61, primo comma, della Costituzione".

SENTENZA n. 2 del 2004, nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 33; 34, comma 1, lettera i); 38 comma 1, lettere a) ed e); 43, comma 2; 50 comma 5 e 51 della deliberazione legislativa statutaria della Regione Calabria approvata in seconda deliberazione, ai sensi dell'art. 123 Cost., il 31 luglio 2003.
Sulla necessità dell'intervento con legge regionale e sul rapporto tra legge elettorale regionale e Statuto regionale, si segnala la sentenza n. 2 del 2004 nella quale la Corte costituzionale ha avuto modo di precisare che:
- "[...] occorre prendere atto che non si può pretendere, in nome della competenza statutaria in tema di "forma di governo", di disciplinare la materia elettorale tramite disposizioni statutarie, dal momento che il primo comma dell'art. 123 ed il primo comma dell'art. 122 sono disposizioni tra loro pariordinate: anche se sul piano concettuale può sostenersi che la determinazione della forma di governo può (o addirittura dovrebbe) comprendere la legislazione elettorale, occorre prendere atto che, invece, sul piano della Costituzione vigente, la potestà legislativa elettorale è stata attribuita ad organi ed a procedure diverse da quelli preposti alla adozione dello statuto regionale e che quindi lo statuto regionale non può disciplinare direttamente la materia elettorale o addirittura contraddire la disposizione costituzionale che prevede questa speciale competenza legislativa.
- Anzi, il fatto che la legge statale è chiamata a determinare i principi fondamentali nelle materie di cui al primo comma dell'art. 122 della Costituzione inevitabilmente riduce la stessa possibilità della fonte statutaria di indirizzare l'esercizio della potestà legislativa regionale in queste stesse materie.
- Sono quindi inammissibili norme statutarie che [...] determinino direttamente, almeno in parte, il sistema di elezione che dovrà invece essere disciplinato dalla legge o che [...] determinino in modo diverso dal primo comma dell'art. 122 della Costituzione, sia sul piano soggettivo che su quello oggettivo, quanto dovrà essere disciplinato dal legislatore regionale sulla base dei principi fondamentali stabiliti dal legislatore statale".

SENTENZA n. 3 del 2006, nel giudizio di costituzionalità riguardante la legge della Regione Marche 16 dicembre 2004, n. 27 (Norme per l'elezione del Consiglio e del Presidente della Giunta regionale).
Con tale sentenza, la Corte si è pronunciata in particolare sul comma 1 dell'art. 4 della legge regionale impugnata, secondo cui "Il Consiglio regionale è composto da 42 consiglieri e dal Presidente della Giunta regionale", censurato dal Governo ricorrente sia in quanto la composizione del Consiglio regionale è materia riservata alla fonte statutaria, onde fino all'entrata in vigore del "nuovo" statuto non può formare oggetto di una legge regionale ordinaria, sia in quanto la norma impugnata non sarebbe coerente con il "nuovo" statuto, che (agli artt. 7, comma 1, e 11, comma 2) fissa il numero dei componenti del Consiglio medesimo in quarantadue, e non quarantatre.
Sotto il primo profilo la Corte evidenzia che l'art. 25 della legge impugnata prevede espressamente che le disposizioni della legge medesima si applicano solo "a seguito dell'entrata in vigore del nuovo statuto regionale" e, pertanto, neppure in astratto avrebbe potuto porsi un problema di determinazione dell'ambito della potestà regionale in materia, secondo i canoni del regime transitorio di cui all'art. 5 della legge cost. n. 1 del 1999, che ha efficacia vincolante solo fino all'entrata in vigore dei nuovi statuti regionali (sentenza n. 196 del 2003). Con riferimento al secondo profilo, la norma impugnata non contraddice le disposizioni dello Statuto, ma è coerente con esse, in quanto l'interpretazione letterale e sistematica delle previsioni statutarie - in particolare della previsione della "concomitanza" delle due diverse elezioni dei due organi - porta ad escludere che il legislatore statutario della Regione Marche abbia inteso considerare il Presidente della Giunta regionale un componente del Consiglio regionale come gli altri membri di esso, come viceversa è espressamente previsto per il Presidente del medesimo Consiglio, la cui elezione avviene tra i consiglieri.

SENTENZA n. 12 del 2006, nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 2, comma 3; 45, comma 3; 46, comma 2; 47, comma 2; 79, comma 2 in relazione al comma 1, lettera c); 86, comma 3 in relazione ai commi 1, 2 e 4, dello statuto della Regione Abruzzo, approvato in prima deliberazione il 20 luglio 2004 ed in seconda deliberazione il 21 settembre 2004.
Tale pronuncia assume rilievo in questa sede nella parte in cui afferma che "l'articolazione concreta dei rapporti politici tra Presidente della Giunta e Consiglio prende le mosse dalla simultanea investitura politica di entrambi da parte del corpo elettorale. Ogni atto di indirizzo dell'uno o dell'altro si pone come svolgimento, precisazione e arricchimento del mandato a rappresentare e governare conferito dagli elettori della Regione ai titolari dei poteri legislativo ed esecutivo. È intrinseca a questo modello una iniziale presunzione di consonanza politica, che può essere superata solo da un atto tipico quale la mozione di sfiducia. Non esiste tra Presidente della Giunta e Consiglio regionale una relazione fiduciaria assimilabile a quella tipica delle forme di governo parlamentari, ma un rapporto di consonanza politica, istituito direttamente dagli elettori, la cui cessazione può essere ufficialmente dichiarata sia dal Presidente che dal Consiglio con atti tipici e tassativamente indicati dalla Costituzione. Anche nell'ipotesi che il Consiglio, subito dopo le elezioni, volesse costringere il Presidente alle dimissioni, con conseguente proprio scioglimento, risulterebbe indispensabile la procedura solenne della mozione di sfiducia, giacché sarebbe necessario rendere trasparenti e comprensibili per i cittadini i motivi di una decisione di tale gravità. Né sarebbe ammissibile che alla maggioranza assoluta richiesta dall'art. 126, secondo comma, Cost. si potesse sostituire una maggioranza semplice, quale quella resa possibile dall'impugnato art. 46, comma 2, dello statuto della Regione Abruzzo.

SENTENZA n. 4 del 2010, nei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 2, comma 2, 3, commi 1, 3 e 4, 4, comma 3, e 6, comma 1, della legge della Regione Campania 27 marzo 2009, n. 4 (Legge elettorale).
Sulla pari opportunità di accesso alle cariche elettive si segnala anche la sentenza n. 4 del 2010 con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 3, della L.r. Campania n. 4 del 2009 che ha introdotto per la prima volta nell'ordinamento italiano la cosiddetta "preferenza di genere". I giudici di Palazzo della Consulta, movendo dal quadro costituzionale e statutario di riferimento, complessivamente ispirato al principio fondamentale dell'effettiva parità tra i due sessi nella rappresentanza politica, nazionale e regionale, e richiamando la sua pregressa ed essenziale giurisprudenza in materia , affermano che la regola sulla doppia preferenza non è in alcun modo idonea a prefigurare un risultato elettorale o ad alterare artificiosamente la composizione della rappresentanza consiliare, limitandosi a rendere maggiormente possibile, in un'ottica di eguaglianza di opportunità, il riequilibrio dei due sessi, senza imporlo. L'uguaglianza sotto il profilo dell'elettorato passivo rimarrebbe inalterata, in quanto la regola della differenza di genere per la seconda preferenza non offre possibilità maggiori ai candidati dell'uno o dell'altro sesso di essere eletti, posto il reciproco e paritario condizionamento tra i due generi nell'ipotesi di espressione di preferenza duplice. Risulterebbe altresì salva la libertà di voto garantita dall'art. 48 Cost., in quanto di fatto la facoltà di esprimere una seconda preferenza. "allarga lo spettro delle possibili scelte elettorali - limitato ad una preferenza in quasi tutte le leggi elettorali regionali - introducendo, solo in questo ristretto ambito, una norma riequilibratrice volta ad ottenere, indirettamente ed eventualmente, il risultato di un'azione positiva" che non sarebbe effetto della legge, "ma delle libere scelte degli elettori, cui si attribuisce uno specifico strumento utilizzabile a loro discrezione" che si limita ad offrire loro una possibilità ulteriore rispetto al regime ormai generalizzato della preferenza unica.

SENTENZA n. 45 del 2011, nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 1, commi 1 e 3, della legge della Regione Basilicata 19 gennaio 2010, n. 3 (Norme relative al sistema di elezione del Presidente della Giunta regionale e dei consiglieri regionali, ai sensi della legge 2 luglio 2004, n. 165 – Disposizioni di attuazione dell'art. 122, primo comma, della Costituzione), e degli artt. 1, 2 e 3 della legge della Regione Basilicata 5 febbraio 2010, n. 19 (Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 19 gennaio 2010, n. 3).
In tale sentenza, la Corte, dopo aver ricostruito la disciplina costituzionale e legislativa dell'intreccio tra forma di governo e sistema elettorale regionale, ha dichiarato l'incostituzionalità delle disposizioni di cui ai commi 1 e 3 dell'articolo 1 della L.R. n. 3 del 2010 e dell'art. 1 della L.R. n. 19 del 2010, in quanto introducevano un sistema elettorale sostanzialmente nuovo per la Regione Basilicata prima dell'approvazione dello statuto in violazione della disciplina transitoria fissata dalla L.cost. n. 1 del 1999. Nel riaffermare l'imprescindibile esigenza che il sistema di elezione si ponga in armonia con la forma di governo, i Giudici di Palazzo della Consulta con la sentenza n. 45 del 2011 consolidano un'impostazione argomentativa differenziata nel caso di inversione logica e cronologica nel rapporto tra statuto e legislazione elettorale regionale, distinguendo tra leggi elettorali regionali ad entrata in vigore differita e leggi elettorali regionali ad entrata in vigore condizionata. In sostanza, mentre le prime non garantiscono di per sé stesse il rispetto del principio di "non incoerenza" tra Statuto e legge elettorale sotteso alla citata disposizione costituzionale transitoria, dando adito alla possibile introduzione di "elementi originari di disfunzionalità, sino all'estremo limite del condizionamento del primo da parte della seconda in violazione o elusione del carattere fondamentale della fonte statutaria", le seconde, espressamente prevedendo quale condizione sospensiva della propria applicazione l'entrata in vigore dello Statuto regionale non sono tali da porre neppure in astratto un problema di determinazione dell'ambito della potestà regionale in materia, secondo i canoni del regime transitorio che, come è noto, mantiene la propria efficacia vincolante solo fino all'entrata in vigore dei nuovi statuti regionali . Di fronte all'ulteriore e conseguente obiezione avanzata dalla difesa della Regione ad avviso della quale le disposizioni impugnate avrebbero introdotto mere norme di dettaglio che, come tali, non avrebbero violato l'art. 5 della L. cost. n. 1 del 1999, la Corte ha contrariamente evidenziato come le stesse modificavano sensibilmente il sistema di elezione delineato dal legislatore statale in particolare nella parte in cui procedevano alla eliminazione del cosiddetto "listino", ovvero sulla quota di candidati alla carica di consigliere regionale eletta con il sistema maggioritario sulla base di liste regionali concorrenti. Soluzione diversa ha invece adottato il Giudice delle leggi con riferimento alle previsioni di cui agli articoli 2 e 3 della L.R. n. 19 del 2010 fatte salve dalla pronuncia in esame, ritenendo che le stesse si muovano nell'ambito degli "esigui spazi entro cui può intervenire il legislatore regionale in tema di elezione del Consiglio prima dell'approvazione dello Statuto"prefigurati dalla sentenza n. 196 del 2003, in quanto la prima si limita ad introdurre un mero meccanismo di distribuzione di seggi tra circoscrizioni elettorali mentre la seconda concerne esclusivamente l'aspetto dell'efficacia nel tempo delle norme contenute nella legge regionale n. 3 del 2010.

SENTENZA n. 188 del 2011, nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 10 della legge della Regione Puglia 28 gennaio 2005, n. 2 (Norme per l'elezione del Consiglio Regionale e del Presidente della Giunta regionale).
Con la sentenza n. 188 del 2011, la Corte, dopo aver nuovamente rilevato "il complesso riparto della materia elettorale tra le diverse fonti normative statali e regionali" e dopo aver chiarito che il rapporto tra statuto e legge della Regione è configurato dalla Costituzione in termini sia di competenza, con riferimento agli ambiti materiali espressamente riservati alla fonte statutaria ex articolo 123 Cost., sia di gerarchia, in ragione del carattere fondamentale dello Statuto comprovato dal procedimento aggravato previsto per la sua approvazione, ha dichiarato la fondatezza della questione prospettata e la conseguente illegittimità costituzionale della disposizione censurata. Nella pronuncia de qua viene infatti ulteriormente confermato che la determinazione della composizione numerica degli organi legislativi regionali, affidata nel sistema costituzionale previgente alla legge statale (art. 122, c. 1, Cost.) , è oggi riservata alle fonti statutarie in quanto concepita quale "fondamentale scelta politica sottesa alla definizione della forma di governo della Regione" . Pertanto, allorquando la fonte statutaria individui un numero fisso di consiglieri regionali senza prevedere espressamente la facultas variandi in capo al legislatore elettorale regionale non è consentito a quest'ultimo di introdurre meccanismi di flessibilità della composizione consiliare diretti ad attribuire seggi aggiuntivi, in quanto, come si è detto in precedenza, è consustanziale al sistema istituzionale delle Regioni che le rispettive leggi elettorali si armonizzino con la forma di governo "allo scopo di fornire a quest'ultima strumenti adeguati di equilibrato funzionamento sin dal momento della costituzione degli organi di vertice, mediante la predisposizione dei titolari alle singole cariche" . Lo Statuto pugliese, al comma 1 dell'articolo 24, stabilisce un numero fisso di seggi consiliari, disponendo che "il Consiglio regionale è composto da settanta consiglieri", senza contemplare alcuna facoltà della legge elettorale di prevedere l'attribuzione di seggi aggiuntivi al fine di garantire la formazione di stabili maggioranze in seno all'Organo legislativo. In definitiva, la disposizione censurata, nella parte in cui recepisce il meccanismo del premio aggiuntivo di maggioranza previsto dall'art. 15, comma 13, della legge statale n. 108 del 1968, modificandone parzialmente il contenuto (con un'operazione di tecnica legislativa di cui la Corte torna ad evidenziare l'"improprietà"), comporta, ove ricorrano i presupposti per la sua applicazione, un aumento del numero dei seggi consiliari indicato dallo Statuto, determinando un illegittimo contrasto tra la norma legislativa regionale e la previsione statutaria, norma interposta in riferimento all'art. 123 della Costituzione.

SENTENZA n. 151 del 2012, nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 5, commi 1, 4, 5 e 7, ultimo periodo, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica).
Con la sentenza n. 151 del 2012 la Corte costituzionale ha fornito, per la prima volta in maniera chiara, una definizione della locuzione costituzionale "sistema d'elezione". La sentenza particolarmente complessa ha preso le mosse dall'impugnazione da parte di alcune regioni di alcune previsioni contenute nei commi 1, 4, 5 e 7 dell'articolo 5 del D.L. n. 78 del 2010 per violazione di una serie di loro competenze legislative e amministrative e della loro autonomia finanziaria. Nello specifico, per la parte che in questa sede interessa, la Regione Puglia ha impugnato il comma 4 dell'art. 5 del decreto-legge n. 78 del 2010, nella parte in cui stabilisce che, a decorrere dal primo rinnovo dei Consigli regionali successivo alla data di entrata in vigore del decreto-legge medesimo, è ridotto del 10 per cento l'importo previsto a titolo di rimborso delle spese elettorali nell'art. 1, comma 5, primo periodo, della legge 3 giugno 1999, n. 157 (Nuove norme in materia di rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e referendarie e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici) per violazione: a) in via principale, dell'art. 117, quarto comma, Cost., perché lo Stato avrebbe invaso la competenza legislativa residuale della Regione nella materia elettorale; b) in via subordinata, con l'art. 122, primo comma, Cost., perché, ove pure la disciplina impugnata fosse ricondotta alla potestà legislativa concorrente sul "sistema di elezione [...] dei consiglieri regionali", essa comunque non esprimerebbe alcun principio fondamentale della materia, ma porrebbe un precetto di minuta regolazione. La Corte, dopo aver precisato che il rimborso delle spese elettorali sostenute da movimenti o partiti politici per le elezioni del Consiglio regionale è disciplinato dalla citata legge n. 157 del 1999, la quale, all'art. 1 - su cui interviene, modificandolo, l'impugnato comma 4 dell'art. 5 -, riconosce ad essi un rimborso forfetario in relazione alle spese elettorali sostenute "per le campagne per il rinnovo" anche dei Consigli regionali, afferma che la disciplina censurata sia da ricondurre alla fattispecie prevista dall'art. 122, primo comma, Cost. Infatti, ad avviso della Corte, l'espressione "sistema di elezione" utilizzata nell'art. 122, primo comma, Cost. deve ritenersi comprensiva, nella sua ampiezza, di tutti gli aspetti del fenomeno elettorale. Essa si riferisce, quindi, non solo alla disciplina dei meccanismi che consentono di tradurre in seggi, all'interno di organi elettivi, le preferenze espresse con il voto dal corpo elettorale (sistema elettorale in senso stretto, riguardante il tipo di voto e di formula elettorale e il tipo e la dimensione dei collegi), ma anche alla disciplina del procedimento elettorale (sentenza n. 196 del 2003), nonché a quella che attiene, più in generale, allo svolgimento delle elezioni (sistema elettorale in senso ampio). In sostanza, la materia "sistema di elezione", nel senso ampio ora indicato, include, perciò, la normativa concernente le campagne elettorali per il rinnovo dei Consigli regionali ed il rimborso, ove previsto, delle spese sostenute dai movimenti e partiti politici per tali campagne. Ne consegue la non fondatezza della censura formulata in via principale dalla ricorrente in riferimento al quarto comma dell'art. 117 Cost., perché in materia la potestà legislativa della Regione non è residuale, ma va ricondotta alla competenza concorrente di cui all'art. 122, primo comma, Cost., da esercitarsi nel rispetto dei princípi fondamentali stabiliti dallo Stato. Non è fondata neppure la questione promossa in via subordinata dalla ricorrente Regione Puglia, la quale ha dedotto che, quand'anche la normativa denunciata fosse riconducibile alla competenza concorrente di cui all'art. 122, primo comma, Cost., essa sarebbe comunque illegittima perché non detta un principio fondamentale della materia, ma pone una norma di stretto dettaglio.

SENTENZA n. 198 del 2012, nei giudizi di legittimità costituzionale dell'articolo 14, commi 1 e 2, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148 e dell'articolo 30, comma 5, della legge 12 novembre 2011, n. 183 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2012).
Con la sentenza n. 198 del 2012, la Corte costituzionale è tornata sul tema della composizione numerica delle Assemblee legislative regionale, pronunciandosi sulla legittimità costituzionale dell'articolo 14, comma 1, lett. a) del D.L. n. 138 del 2011, convertito nella L. n. 148 del 2011, il quale prevede, tra gli adempimenti a carico delle Regioni in funzione della riduzione dei costi degli organismi politico-istituzionali, una riduzione del numero dei consiglieri in relazione alla popolazione regionale. Sul punto la Corte dà una soluzione differenziata, distinguendo tra regioni speciali e regioni ordinarie. Per quanto concerne le Regioni a statuto ordinario, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 1, del decreto-legge n. 138 del 2011, per la parte che in questa sede interessa, veniva sollevata per violazione della potestà statutaria delle Regioni ex articolo 123 Costituzione e per contrasto con l'art. 122 Cost., in quanto tale norma attribuirebbe al legislatore statale una competenza ulteriore rispetto alla determinazione della durata degli organi elettivi e dei principi fondamentali relativi al sistema di elezione e ai casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale, nonché dei consiglieri regionali.A fronte di tale censura, i Giudici di Palazzo della Consulta precisano in premessa che la disposizione in esame, inserita nel Titolo IV del decreto-legge, dedicato alla "Riduzione dei costi degli apparati istituzionali", detta espressamente parametri diretti esplicitamente al "conseguimento degli obiettivi stabiliti nell'ambito del coordinamento della finanza pubblica" . Le lettere a) e b) dell'art. 14, comma 1, fissano un limite al numero dei consiglieri e degli assessori, rapportato agli abitanti, lasciando alle Regioni l'esatta definizione della composizione dei Consigli e delle Giunte regionali, ponendo precetti di portata generale per il contenimento della spesa. Accertata la finalità della disposizione impugnata, la Corte procede alla determinazione della materia nella quale interviene, individuata nella struttura organizzativa delle Regioni, regolata dagli articoli 121 e 123 Cost: il primo enumera gli organi regionali - Consiglio, Giunta, Presidente - e le loro funzioni, mentre il secondo demanda agli statuti il compito di determinare la forma di governo e i principi fondamentali di organizzazione e di funzionamento. Come è noto, l'art. 123 Cost., nella formulazione successiva alla riforma del Titolo V, dispone che gli statuti debbano essere "in armonia con la Costituzione". Posti i termini della questione, la Corte muove il suo ragionamento dalle disposizioni costituzionali che dettano norme concernenti il rapporto elettori-eletti per i consiglieri e le modalità dell'accesso ai pubblici uffici per gli assessori. In particolare, vengono assunte a parametro, per il diritto di elettorato attivo, l'art. 48 Cost., e, per il diritto di elettorato passivo e l'accesso agli uffici pubblici, l'art. 51 Cost. Il primo nella parte in cui dispone che "il voto (...) è eguale", il secondo lì dove specifica che "tutti i cittadini (...) possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza". Entrambe le norme, precisano i Giudici di Palazzo della Consulta, sono espressione del più generale principio di eguaglianza, del quale rappresentano una specificazione . Sulla base di tali presupposti, l'articolo14 del D.L. 138/2011, fissando un rapporto tra il numero degli abitanti e quello dei consiglieri, e quindi tra elettori ed eletti (nonché tra abitanti, consiglieri e assessori), mirerebbe "a garantire proprio il principio in base al quale tutti i cittadini hanno il diritto di essere egualmente rappresentati. In assenza di criteri posti dal legislatore statale, che regolino la composizione degli organi regionali, può verificarsi - come avviene attualmente in alcune Regioni, sia nell'ambito dei Consigli che delle Giunte regionali - una marcata diseguaglianza nel rapporto elettori-eletti (e in quello elettori-assessori): i seggi (nel Consiglio e nella Giunta) sono ragguagliati in misura differente alla popolazione e, quindi, il valore del voto degli elettori (e quello di scelta degli assessori) risulta diversamente ponderato da Regione a Regione" .In definitiva, alla luce delle considerazioni svolte, per la Corte, la disposizione censurata, non lede gli articoli 117, 122 e 123 Cost., in quanto, "nel quadro della finalità generale del contenimento della spesa pubblica, stabilisce, in coerenza con il principio di eguaglianza, criteri di proporzione tra elettori, eletti e nominati".

SENTENZA n. 1 del 2014, nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 4, comma 2, 59 e 83, comma 1, n. 5 e comma 2 del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), nel testo risultante dalla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica); degli artt. 14, comma 1, e 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l'elezione del Senato della Repubblica), nel testo risultante dalla legge n. 270 del 2005.

La normativa regionale

STATUTO della Regione Abruzzo, articoli 14, 44, 86

LEGGE REGIONALE 2 aprile 2013, n. 9 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale e del Presidente della Giunta regionale)

LEGGE REGIONALE 30 dicembre 2004, n. 51 (Disposizioni in materia di ineleggibilità, incompatibilità e decadenza dalla carica di consigliere regionale)

LEGGE REGIONALE 9 agosto 2013, n. 24 (Modifiche all'art. 33 della L.R. 28.12.2012, n. 68, modifiche alla L.R. 10.8.2010, n. 40 alla L.R. 21.10.2011, n. 36, alla L.R. 28.5.2013, n. 12, e alla L.R. 16.9.1998, n. 86), articolo 1, comma 2

REGOLAMENTO INTERNO per i lavori del Consiglio regionale, articolo 5, Capo IV

La normativa statale

COSTITUZIONE della Repubblica italiana, articoli 48, 51, 121, 122, 123

LEGGE COSTITUZIONALE 22 novembre 1999, n. 1 (Disposizioni concernenti l'elezione diretta del Presidente della Giunta regionale e l'autonomia statutaria delle Regioni)

LEGGE 4 aprile 1956, n. 212 (Norme per la disciplina della propaganda elettorale)

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 16 maggio 1960, n. 570 (Testo unico delle leggi per la composizione e la elezione degli organi delle Amministrazioni comunali)

LEGGE 17 febbraio 1968, n. 108 (Norme per la elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto normale)

LEGGE 21 marzo 1990, n. 53 (Misure urgenti atte a garantire maggiore efficienza al procedimento elettorale)

LEGGE 10 dicembre 1993, n. 515 (Disciplina delle campagne elettorali per l'elezione alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica)

LEGGE 23 febbraio 1995, n. 43 (Nuove norme per la elezione dei consigli delle regioni a statuto ordinario)

LEGGE 3 giugno 1999, n. 157 (Nuove norme in materia di rimborso delle spese per consultazioni elettorali e referendarie e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici)

LEGGE 22 febbraio 2000, n. 28 (Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica)

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 8 settembre 2000, n. 299 (Regolamento concernente l'istituzione, le modalità di rilascio, l'aggiornamento ed il rinnovo della tessera elettorale personale a carattere permanente, a norma dell'articolo 13 della legge 30 aprile 1999, n. 120), art. 10

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 28 dicembre 2000, n. 445 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa)

LEGGE 2 luglio 2004, n. 165 (Disposizioni di attuazione dell'articolo 122, primo comma, della Costituzione)

DECRETO-LEGGE 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), art. 7

DECRETO-LEGGE 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), art. 14

LEGGE 6 luglio 2012, n. 96 (Norme in materia di riduzione dei contributi pubblici in favore dei partiti e dei movimenti politici, nonché misure per garantire la trasparenza e i controlli dei rendiconti dei medesimi. Delega al Governo per l'adozione di un testo unico delle leggi concernenti il finanziamento dei partiti e dei movimenti politici e per l'armonizzazione del regime relativo alle detrazioni fiscali)

DECRETO-LEGGE 10 ottobre 2012, n. 174 (Disposizioni urgenti in materia di finanza e funzionamento degli enti territoriali, nonché ulteriori disposizioni in favore delle zone terremotate nel maggio 2012), art. 2

DECRETO LEGISLATIVO 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell'articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190), articoli 7, 8, 9

DECRETO LEGISLATIVO 8 aprile 2013, n. 39 (Disposizioni in materia di inconferibilità e incompatibilità di incarichi presso le pubbliche amministrazioni e presso gli enti privati in controllo pubblico, a norma dell'articolo 1, commi 49 e 50, della legge 6 novembre 2012, n. 190)

LEGGE 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2014)), art. 1, comma 399

DECRETO-LEGGE 28 dicembre 2013, n. 149 (Abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore)

Premessa

La presente raccolta normativa intende, in vista delle prossime elezioni regionali indette per il giorno 10 febbraio 2019 con Decreto del Presidente della Giunta regionale 21 settembre 2018, n. 72, ricostruire l'intero quadro normativo nazionale e regionale in materia elettorale con riguardo a tutti gli aspetti organizzativi e regolamentari.

La raccolta ricostruisce nello specifico la legislazione statale essenziale di livello costituzionale e ordinario, la giurisprudenza costituzionale rilevante e la legislazione regionale da cui si evincono le disposizioni attualmente applicabili nella Regione Abruzzo in materia di sistema di elezione, di ineleggibilità, incompatibilità e incandidabilità, senza tralasciare la più significativa legislazione elettorale di contorno (in particolare, propaganda elettorale, rimborsi elettorali ed election day).

L'ambizione precipua del presente lavoro va oltre la mera fotografia dell'esistente giuridico ma consiste nell'elaborazione di un modello di consultazione della normativa elettorale esaustivo e utile per tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nelle prossime elezioni regionali.

Per tale ragione quindi, lo spazio riservato alla raccolta normativa costituirà di fatto un dossier aperto, cui verranno aggiunti nel tempo ulteriori elaborazioni e studi, nonchè tutti gli atti, non solo legislativi, approvati nel corso dell'intero procedimento per le elezioni regionali.

L'art. 122 della Costituzione , come modificato dalla L. Cost. n. 1 del 1999, attribuisce alle Regioni la competenza a disciplinare il sistema di elezione - oltre che i casi di ineleggibilità e di incompatibilità - del Presidente, dei componenti della Giunta regionale e dei consiglieri regionali nei limiti dei principî fondamentali stabiliti con legge della Repubblica.

Il legislatore statale, come è noto, in attuazione del predetto art. 122 Cost. , ha dettato, con la Legge 2 luglio 2004, n. 165, i principi fondamentali in materia di cause di ineleggibilità e di incompatibilità (artt. 2 e 3) nonché i principi fondamentali in materia di sistema di elezione (art. 4), stabilendo, all'art. 5, la durata degli organi elettivi regionali, fissando, così, una disciplina di principio che costituisce limite costituzionalmente interposto per il legislatore elettorale regionale. Tuttavia, va precisato, che, come chiarito recentemente dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 151 del 2012, l'espressione "sistema di elezione" utilizzata nell'art. 122, primo comma, Cost. deve ritenersi comprensiva, nella sua ampiezza, di tutti gli aspetti del fenomeno elettorale. Essa si riferisce, quindi, non solo alla disciplina dei meccanismi che consentono di tradurre in seggi, all'interno di organi elettivi, le preferenze espresse con il voto dal corpo elettorale (sistema elettorale in senso stretto, riguardante il tipo di voto e di formula elettorale e il tipo e la dimensione dei collegi), ma anche alla disciplina del procedimento elettorale (sentenza n. 196 del 2003), nonché a quella che attiene, più in generale, allo svolgimento delle elezioni (sistema elettorale in senso ampio). Pertanto, a dispetto del carattere di esclusività che attribuisce a sé stessa la L. n. 165 del 2004, i principi fondamentali ex art. 122 Cost. possono essere rinvenuti anche in altre fonti statali purché incidano in senso lato sulla materia elettorale.

Con particolare riguardo al sistema di elezione, l'art. 4 della L. n. 165 del 2004 ha stabilito che "le regioni disciplinano con legge il sistema di elezione del Presidente della Giunta regionale e dei consiglieri regionali nei limiti dei seguenti principi fondamentali: a) individuazione di un sistema elettorale che agevoli la formazione di stabili maggioranze nel Consiglio regionale e assicuri la rappresentanza delle minoranze; b) contestualità dell'elezione del Presidente della Giunta regionale e del Consiglio regionale, se il Presidente è eletto a suffragio universale e diretto. Previsione, nel caso in cui la regione adotti l'ipotesi di elezione del Presidente della Giunta regionale secondo modalità diverse dal suffragio universale e diretto, di termini temporali tassativi, comunque non superiori a novanta giorni, per l'elezione del Presidente e per l'elezione o la nomina degli altri componenti della Giunta; c) divieto di mandato imperativo". Da ultimo, l'articolo 3, comma 1, L. 23 novembre 2012, n. 215 ha introdotto, nell'ottica di un'incentivazione della democrazia paritaria negli ordinamenti regionali, un ulteriore principio all'art. 4 della L. n. 165 del 2004 in base al quale i legislatori elettorali regionali devono muoversi nel rispetto della promozione della parità tra uomini e donne nell'accesso alle cariche elettive attraverso la predisposizione di misure che permettano di favorire l'accesso del genere sottorappresentato alle cariche elettive.

Tra i principi fondamentali in materia di cause di ineleggibilità, l'art. 2 della L. n. 165 del 2004 ha, inoltre, dettato il principio della "non immediata rieleggibilità allo scadere del secondo mandato consecutivo del Presidente della Giunta regionale eletto a suffragio universale e diretto". Infine, con riguardo alla durata, l'art. 5 della L. n. 165 del 2004 ha stabilito che gli organi elettivi delle regioni durano in carica per cinque anni, fatta salva, nei casi previsti, l'eventualità dello scioglimento anticipato del Consiglio regionale. Il quinquennio decorre per ciascun Consiglio dalla data della elezione".

Nel dettare i principi fondamentali, il legislatore statale ha, inoltre, fatto espressamente salve "le disposizioni legislative statali in materia di incandidabilità per coloro che hanno riportato sentenze di condanna o nei cui confronti sono state applicate misure di prevenzione" (art. 2, co. 1, della L. n. 165 del 2004). La disciplina delle suddette cause di incandidabilità resta, pertanto, riservata al legislatore statale.
[Da ultimo, la disciplina delle incandidabilità cd. "assolute"conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi è stata interamente rivista dagli articoli 7, 8 e 9 del D.Lgs. n. 235 del 2012 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell'articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190) che hanno di fatto sostituito la normativa precedentemente contenuta nell'art. 15 L. 19 marzo 1990, n. 55 (Nuove disposizioni per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso e di altre gravi forme di manifestazione di pericolosità sociale).]

Successivamente alla entrata in vigore della L. n. 165 del 2004, la Regione Abruzzo ha approvato la L.R. n. 51 del 2004. Tale legge, recante "Disposizioni in materia di ineleggibilità, incompatibilità e decadenza dalla carica di consigliere regionale" e recentemente modificata con l.r. 25/2018, ha dettato la disciplina organica delle suddette cause. La L.R. n. 51 del 2004 contiene altresì le norme sul diritto di elettorato attivo e passivo.

Nel gennaio del 2007, come è noto, è entrato in vigore il nuovo Statuto della Regione Abruzzo che ha optato per la forma di governo neoparlamentare caratterizzata dalla elezione a suffragio universale e diretto del Presidente della Regione, confermando nella sostanza il modello transitorio dettato dalla L. Cost. n. 1 del 1999. Tale aspetto non è secondario, in quanto è ormai pacificamente riconosciuto che la disciplina del sistema di elezione si intreccia con le norme in materia di forma di governo dettate dallo Statuto regionale al quale, come indicato da costante giurisprudenza costituzionale, spetta in particolare determinare il numero dei componenti il Consiglio.

Al riguardo, l'articolo 14 dello Statuto regionale (Composizione del Consiglio), è stato modificato dall'articolo 1 della legge statutaria regionale 2 aprile 2013, n. 1, che, dando attuazione all'art. 14, comma 1, lett. a), del D.L. n. 138 del 2011, convertito con modificazioni dalla Legge n. 148 del 2011, ha provveduto a rideterminare il numero dei componenti il Consiglio, fissandolo in 29 membri a cui vanno aggiunti, quali consiglieri di diritto, il Presidente della Giunta regionale e il candidato alla carica di Presidente della Giunta che ha conseguito un numero di voti validi immediatamente inferiore.
Il comma 1 dell'art. 14 dello Statuto prevede che "il Consiglio è composto di ventinove membri. Inoltre, sono eletti alla carica di consigliere regionale il Presidente della Giunta regionale e il candidato alla carica di Presidente della Giunta il cui gruppo di liste o coalizione di liste ha conseguito un numero di voti validi immediatamente inferiore a quello del gruppo o della coalizione di liste che ha ottenuto la maggioranza dei voti validi". Il comma 2 dell'art. 14 dello Statuto, ribadisce, inoltre, in armonia con l'art. 122 della Costituzione, che spetta alla legge regionale il compito di stabilire il sistema di elezione e la disciplina dei casi di ineleggibilità ed incompatibilità "nel rispetto dei principi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica".

Da ultimo, come è noto, la legge regionale 2 aprile 2013, n. 9 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale e del Presidente della Giunta regionale), recentemente modificata con l'introduzione della cosiddetta "doppia preferenza di genere", ha ridefinito il sistema per l'elezione del Consiglio regionale e del Presidente della Giunta della Regione Abruzzo nel rispetto dei principi fissati dal legislatore statale con la legge n. 165 del 2004.

Gli aspetti che maggiormente caratterizzano il sistema elettorale introdotto dalla predetta L.R. n. 9 del 2013 sono i seguenti:

- sistema elettorale proporzionale, su base circoscrizionale, corretto con l'applicazione di un premio di maggioranza; a tal fine il territorio della regione è ripartito in quattro circoscrizioni elettorali che corrispondono sostanzialmente ai territori delle attuali province. La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, che viene stabilita con Decreto del Presidente della Giunta regionale da emanarsi contemporaneamente alla convocazione dei comizi, è effettuata dividendo il numero degli abitanti della Regione per il numero dei seggi della quota circoscrizionale, pari a 29, e assegnando i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione;

- elezione contestuale a suffragio universale e diretto del Presidente della Giunta regionale e del Consiglio regionale, con contemporanea assegnazione di un seggio al candidato alla carica di Presidente della Giunta regionale che ha conseguito un numero di voti validi immediatamente inferiore, in conformità con quanto previsto dal citato art. 14 dello Statuto;

- soppressione del "listino" ed assegnazione del premio di maggioranza, secondo una procedura che, fermi restando i due seggi attribuiti di diritto al Presidente eletto e al candidato Presidente che ha ottenuto il numero di voti validi immediatamente inferiore, garantisce alle liste collegate al candidato proclamato eletto alla carica di Presidente della Giunta regionale almeno il 60 per cento dei seggi del Consiglio contestualmente assicurando alle minoranze una percentuale di seggi non inferiore al 35 per cento;

- previsione di una soglia di sbarramento per l'assegnazione dei seggi alle liste. Nello specifico, l'art. 16 dispone, che non sono ammesse all'assegnazione dei seggi le liste provinciali il cui gruppo abbia ottenuto, nell'intera regione, meno del quattro per cento dei voti validi o del due per cento se collegato a una coalizione che ha superato il quattro per cento.

- possibilità di esprimere una o due preferenze per uno o due dei canditati nelle liste circoscrizionali; al riguardo l'art. 7 dispone che ogni elettore può:
   - esprimere un voto a favore di un candidato alla carica di Presidente della Giunta regionale;
   - esprimere un voto a favore di una lista nella circoscrizione in cui vota;
   - attribuire una o due preferenze con le modalità indicate all'art. 9 che, in particolare: non consente il voto disgiunto (il voto espresso per un candidato Presidente e per una lista diversa da quelle a lui collegata è nullo); dispone, nel caso di espressione di due preferenze, che esse devono riguardare candidati di sesso diverso della stessa lista, pena l'annullamento della seconda preferenza;

- previsione che in ogni lista provinciale nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 60% (sessanta per cento) dei candidati (in caso di quoziente frazionario si procede all'arrotondamento all'unità più vicina), in linea con l'art. 6 dello Statuto che garantisce la parità di accesso alle cariche elettive;

- previsione che le liste provinciali dei candidati, ai sensi dell'art. 2, sia accompagnata, a pena di nullità, dalla dichiarazione di collegamento ad un candidato Presidente della Giunta regionale. Le liste provinciali sono ammesse se presenti con il medesimo contrassegno in almeno tre circoscrizioni provinciali e se sussistono le ulteriori condizioni di legge (art. 2, co. 2);

- previsione che la candidatura alla carica di Presidente della Giunta regionale, a norma dell'art. 3, sia accompagnata, a pena di esclusione, dalla dichiarazione di collegamento con le singole liste provinciali che fanno parte di un gruppo di liste o di una coalizione di liste (art. 3, co.5). Inoltre, ai sensi del co. 3 dell'art. 3, non può essere candidato alla carica di Presidente della Giunta regionale chi ha già ricoperto tale carica per due mandati consecutivi. Tale norma dà attuazione al succitato principio fissato dall'art. 2 della L. n. 165 del 2004;

- previsione di un sistema semplificato rispetto a quello originario delle operazioni per l'assegnazione dei seggi alle liste circoscrizionali, per l'applicazione del premio di maggioranza e per la proclamazione degli eletti, gestite a norma dell'art. 17, a livello circoscrizionale, dagli Uffici centrali circoscrizionali e, a livello regionale, dall'Ufficio centrale regionale.