La giurisprudenza costituzionale

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SENTENZA n. 422 del 1995, nel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 5, secondo comma, ultimo periodo, della legge 25 marzo 1993, n. 81 (Elezione diretta del sindaco, del presidente della provincia, del consiglio comunale e del consiglio provinciale) a norma del quale "nelle liste dei candidati nessuno dei due sessi può essere di norma rappresentato in misura superiore a due terzi", per violazione degli artt. 3, primo comma, 49 e 51, primo comma, della Costituzione.
SENTENZA n. 49 del 2003, nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 2, comma 2, e 7, comma 1, della legge regionale della Valle d'Aosta recante "Modificazioni alla legge regionale 12 gennaio 1993, n. 3 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale della Valle d'Aosta), già modificata dalle leggi regionali 11 marzo 1993, n. 13 e 1° settembre 1997, n. 31, e alla legge regionale 19 agosto 1998, n. 47 (Salvaguardia delle caratteristiche e tradizioni linguistiche e culturali delle popolazioni walser della valle del Lys)", approvata dal Consiglio regionale a maggioranza di due terzi dei componenti il 25 luglio 2002, e pubblicata per notizia nel Bollettino Ufficiale della Regione del 2 agosto 2002. Successivamente alla proposizione del ricorso la legge regionale impugnata - una volta decorso il termine per la richiesta di referendum - è stata promulgata e pubblicata come legge regionale 13 novembre 2002, n. 21. Le disposizioni impugnate, rispettivamente, inserivano l'art. 3-bis e sostituiscono l'art. 9, comma 1, lettera a, nella legge regionale 12 gennaio 1993, n. 3 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale della Valle d'Aosta). Precisamente, il nuovo art. 3-bis della legge sull'elezione del Consiglio, inserito dall'art. 2 della legge impugnata, stabilisce, al comma 2, che le liste elettorali devono comprendere "candidati di entrambi i sessi"; a sua volta il nuovo art. 9, comma 1, lettera a della legge elettorale, sostituito dall'art. 7, comma 1, della legge impugnata, prevede che vengano dichiarate non valide dall'ufficio elettorale regionale le liste presentate che non corrispondano alle condizioni stabilite, fra cui quella "che nelle stesse siano presenti candidati di entrambi i sessi".
Le predette sentenze si pronunciano entrambe sulla questione del principio della pari opportunità di genere nell'accesso alle cariche elettive, operando in particolare una distinzione tra le misure che le Regioni possono adottare per il riequilibro di genere della rappresentanza politica tra le cd. azioni positive e le cd. norme antidiscriminatorie. Le prime si sostanziano in un trattamento diseguale e postulano la previsione di un particolare e differenziato vantaggio attribuito ad un gruppo soltanto, da cui un altro rimarrebbe escluso. Tali misure, che possono certamente essere adottate per eliminare situazioni di inferiorità sociale ed economica o, più in generale, per compensare e rimuovere le disuguaglianze materiali tra gli individui, non possono, tuttavia, incidere direttamente sul contenuto stesso di quei medesimi diritti, rigorosamente garantiti in egual misura a tutti i cittadini in quanto tali, tra cui, in particolare, il diritto di elettorato passivo (sentenza n. 422 del 1995; n. 49 del 2003). Le seconde, invece, si limitano ad assicurare ai cittadini di entrambi i sessi di partecipare alle competizioni elettorali, senza attribuire privilegi o favori.La Regione Valle d'Aosta, in attuazione del precetto contenuto nella legge cost. n. 2/2001, ha adottato una misura di riequilibro tra i sessi nella rappresentanza politica, riformando la legge elettorale per il Consiglio regionale con l'introduzione della regola secondo cui ogni lista di candidati all'elezione del Consiglio regionale deve prevedere la presenza di entrambi i sessi. A seguito del ricorso governativo la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 49 del 2003, ha avuto modo di chiarire il valore ed il significato di tale scelta legislativa alla luce del nuovo assetto costituzionale. Secondo la Corte la disposizione in argomento: non pone l'appartenenza all'uno o all'altro sesso come requisito ulteriore di eleggibilità, e nemmeno di "candidabilità" dei singoli cittadini; non è riconducibile alla categoria delle azioni positive. La norma, difatti, non introduce differenziazioni in base al sesso dei candidati o degli aspiranti alla candidatura, sia perché fa riferimento indifferentemente a candidati di entrambi i sessi, sia perché da essa non discende alcun trattamento diverso di un candidato rispetto all'altro in ragione del sesso; si limita a stabilire un vincolo non già all'esercizio del voto o all'esplicazione dei diritti dei cittadini eleggibili, ma alla formazione delle libere scelte dei partiti e dei gruppi che formano e presentano le liste elettorali, precludendo loro (solo) la possibilità di presentare liste formate da candidati tutti dello stesso sesso; viene definita come misura minima di non discriminazione: il che, da un lato conferma che siamo nell'ambito delle norme antidiscriminatorie, e non delle azioni positive, e dall'altro fa intendere che non è affatto esclusa l'ammissibilità di interventi ancora più incisivi; può senz'altro ritenersi una legittima espressione sul piano legislativo dell'intento di realizzare la finalità promozionale espressamente sancita dallo statuto speciale in vista dell'obiettivo di equilibrio della rappresentanza. Dall'esame della sentenza n. 49 del 2003 emerge chiaramente il mutato indirizzo della Corte rispetto alla precedente sentenza n. 422/1995, con la quale erano state annullate tutte le previsioni normative che stabilivano meccanismi di riserva nelle liste dei candidati in ragione del sesso (cd. quote rosa) per le candidature alle elezioni locali e regionali, in quanto in grado di incidere negativamente sulla garanzia della eguaglianza nel godimento del diritto di elettorato passivo (art. 3 e 51 cost.). Le ragioni del nuovo orientamento patrocinato dalla Corte nella sentenza n. 49/2003 derivano sia dalla natura della regola oggetto del sindacato di costituzionalità, sia dal mutato quadro dei principi costituzionali. Difatti, il vincolo derivante dalla necessaria presenza nelle liste di candidati appartenenti ai due sessi, posto dalla riformata legge elettorale per il Consiglio regionale della Valle d'Aosta, non costituisce secondo la Corte una limitazione del diritto di voto (art. 48 Cost.) o del diritto di elettorato politico passivo (art. 51 Cost.) ma è rivolto, nella fase anteriore alla competizione elettorale, unicamente alle liste e ai soggetti che le presentano, precludendo loro solo la possibilità di presentare liste formate da candidati tutti dello stesso sesso. Inoltre, la misura introdotta sarebbe giustificata alla luce del mutato quadro costituzionale in cui la riforma degli Statuti speciali nel 2001 e la riforma del titolo V Cost., art. 117, comma 7 avrebbero posto, secondo la Corte, come doverosa per le Regioni l'azione promozionale per la parità di accesso alle consultazioni elettorali.

SENTENZA n. 304 del 2002, nel giudizio di legittimità costituzionale della deliberazione legislativa statutaria adottata, in seconda votazione, il 24 luglio 2001 dal Consiglio regionale della Regione Marche e recante "Disciplina transitoria in attuazione dell'articolo 3 della legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1".
Tale sentenza rileva in particolare nella parte in cui la Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della deliberazione legislativa statutaria adottata, in seconda votazione, il 24 luglio 2001 dal Consiglio regionale della Regione Marche e recante "Disciplina transitoria in attuazione dell'articolo 3 della legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1 laddove prevedeva che in via transitoria, e segnatamente fino alla approvazione del nuovo statuto regionale, il vicepresidente della Giunta regionale subentrasse al Presidente nell'esercizio delle relative funzioni, nel caso di morte o impedimento permanente di quest'ultimo, per violazione del principio del simul stabunt simul cadent ricavabile dagli artt. 122, ultimo comma, e 126, terzo comma, Cost., nonché con l'art. 5, comma 2, lettera b), della legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1.

SENTENZA n. 196 del 2003, nei giudizi di legittimità costituzionale della legge della Regione Calabria 15 marzo 2002, n. 14 (Disposizioni sulla prorogatio degli organi regionali), e della legge della Regione Abruzzo 19 marzo 2002, n. 1 (Disposizioni sulla durata degli Organi e sull'indizione delle elezioni regionali).
Con la tale decisione la Corte, per quel che qui interessa, si è pronunciata in ordine:
- alla competenza legislativa delle Regioni in materia elettorale dopo l'entrata in vigore della L. cost. n. 1 del 1999;
- sulla suddetta competenza legislativa delle Regioni, nella fase transitoria, prima dell'entrata in vigore dei nuovi Statuti regionali;
- sulla tecnica legislativa adottata dalla L.r. Abruzzo 19 marzo 2002, n. 1 "Disposizioni sulla durata degli Organi e sull'indizione delle elezioni regionali", di recepimento, modifica e sostituzione della legge 17 febbraio 1968, n. 108;
- su singole disposizioni della L.r. Abruzzo n. 1 del 2002 in materia di procedimento elettorale.
In particolare, con la sentenza n. 196 del 2003, la Corte costituzionale ha dichiarato:
- non fondate le censure mosse alle disposizioni della L.R. n. 1 del 2002, che attribuiscono al Presidente della Giunta la competenza ad emanare il decreto che assegna i seggi alle singole circoscrizioni ed il decreto di indizione delle elezioni in quanto tale intervento legislativo riguarda " ...un oggetto - il procedimento per l'elezione del Consiglio - divenuto ormai di competenza della Regione ai sensi dell'art. 122, primo comma della Costituzione e riguarda aspetti procedurali non incidenti sui principi fondamentali ricavabili in materia dalla legislazione statale, né sui vincoli che discendono dal rispetto della normativa transitoria dettata, in pendenza dell'approvazione dello statuto, dall'art. 5 della legge costituzionale n. 1 del 1999";
- fondata la censura mossa alla norma della L.R. n. 1 del 2002 che attribuiva al Presidente della Giunta la competenza ad adottare l'atto che rende esecutivo il riparto delle spese per gli adempimenti comuni alle elezioni regionali, provinciali, comunali in caso di loro contemporaneità in quanto "la disposizione impugnata incide [...] sulla materia della "legislazione elettorale" dei Comuni e delle Province, che spetta allo Stato, ai sensi del nuovo art. 117, secondo comma, lettera p, della Costituzione";
- non fondata la censura mossa alla disposizione della L.R. n. 1 del 2002 che disciplina il termine iniziale per lo svolgimento delle elezioni - "a decorrere dalla quarta domenica precedente il compimento del quinquennio" - in quanto tale previsione "conforme del resto a quella della legge statale, riguarda il procedimento elettorale, di competenza della Regione, mentre il riferimento al "quinquennio" può intendersi come fatto al periodo del mandato consiliare oggi stabilito dalla legge dello Stato [...]";
- non fondata, per le stesse ragioni, la censura rivolta alla norma della L.r. n. 1 del 2002 che prevede che le elezioni sono indette entro tre mesi, precisando che: "anche se non è chiaro se detto termine ad quem - oggi assente nella legge statale, che prevede solo il termine iniziale - sia fatto decorrere, nel caso di scadenza del mandato, da tale scadenza, ovvero dalla quarta domenica antecedente la stessa, a partire dalla quale le elezioni possono avere luogo ai sensi del precedente comma 2. In ogni caso, non può dirsi che tale termine sia eccessivamente lungo, tenuto conto anche che esso, pur se fatto decorrere dalla scadenza del Consiglio, supera di soli venti giorni il periodo massimo di settanta giorni dalla fine del mandato delle Camere, entro il quale devono essere elette le nuove, ai sensi dell'art. 61, primo comma, della Costituzione".

SENTENZA n. 2 del 2004, nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 33; 34, comma 1, lettera i); 38 comma 1, lettere a) ed e); 43, comma 2; 50 comma 5 e 51 della deliberazione legislativa statutaria della Regione Calabria approvata in seconda deliberazione, ai sensi dell'art. 123 Cost., il 31 luglio 2003.
Sulla necessità dell'intervento con legge regionale e sul rapporto tra legge elettorale regionale e Statuto regionale, si segnala la sentenza n. 2 del 2004 nella quale la Corte costituzionale ha avuto modo di precisare che:
- "[...] occorre prendere atto che non si può pretendere, in nome della competenza statutaria in tema di "forma di governo", di disciplinare la materia elettorale tramite disposizioni statutarie, dal momento che il primo comma dell'art. 123 ed il primo comma dell'art. 122 sono disposizioni tra loro pariordinate: anche se sul piano concettuale può sostenersi che la determinazione della forma di governo può (o addirittura dovrebbe) comprendere la legislazione elettorale, occorre prendere atto che, invece, sul piano della Costituzione vigente, la potestà legislativa elettorale è stata attribuita ad organi ed a procedure diverse da quelli preposti alla adozione dello statuto regionale e che quindi lo statuto regionale non può disciplinare direttamente la materia elettorale o addirittura contraddire la disposizione costituzionale che prevede questa speciale competenza legislativa.
- Anzi, il fatto che la legge statale è chiamata a determinare i principi fondamentali nelle materie di cui al primo comma dell'art. 122 della Costituzione inevitabilmente riduce la stessa possibilità della fonte statutaria di indirizzare l'esercizio della potestà legislativa regionale in queste stesse materie.
- Sono quindi inammissibili norme statutarie che [...] determinino direttamente, almeno in parte, il sistema di elezione che dovrà invece essere disciplinato dalla legge o che [...] determinino in modo diverso dal primo comma dell'art. 122 della Costituzione, sia sul piano soggettivo che su quello oggettivo, quanto dovrà essere disciplinato dal legislatore regionale sulla base dei principi fondamentali stabiliti dal legislatore statale".

SENTENZA n. 3 del 2006, nel giudizio di costituzionalità riguardante la legge della Regione Marche 16 dicembre 2004, n. 27 (Norme per l'elezione del Consiglio e del Presidente della Giunta regionale).
Con tale sentenza, la Corte si è pronunciata in particolare sul comma 1 dell'art. 4 della legge regionale impugnata, secondo cui "Il Consiglio regionale è composto da 42 consiglieri e dal Presidente della Giunta regionale", censurato dal Governo ricorrente sia in quanto la composizione del Consiglio regionale è materia riservata alla fonte statutaria, onde fino all'entrata in vigore del "nuovo" statuto non può formare oggetto di una legge regionale ordinaria, sia in quanto la norma impugnata non sarebbe coerente con il "nuovo" statuto, che (agli artt. 7, comma 1, e 11, comma 2) fissa il numero dei componenti del Consiglio medesimo in quarantadue, e non quarantatre.
Sotto il primo profilo la Corte evidenzia che l'art. 25 della legge impugnata prevede espressamente che le disposizioni della legge medesima si applicano solo "a seguito dell'entrata in vigore del nuovo statuto regionale" e, pertanto, neppure in astratto avrebbe potuto porsi un problema di determinazione dell'ambito della potestà regionale in materia, secondo i canoni del regime transitorio di cui all'art. 5 della legge cost. n. 1 del 1999, che ha efficacia vincolante solo fino all'entrata in vigore dei nuovi statuti regionali (sentenza n. 196 del 2003). Con riferimento al secondo profilo, la norma impugnata non contraddice le disposizioni dello Statuto, ma è coerente con esse, in quanto l'interpretazione letterale e sistematica delle previsioni statutarie - in particolare della previsione della "concomitanza" delle due diverse elezioni dei due organi - porta ad escludere che il legislatore statutario della Regione Marche abbia inteso considerare il Presidente della Giunta regionale un componente del Consiglio regionale come gli altri membri di esso, come viceversa è espressamente previsto per il Presidente del medesimo Consiglio, la cui elezione avviene tra i consiglieri.

SENTENZA n. 12 del 2006, nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 2, comma 3; 45, comma 3; 46, comma 2; 47, comma 2; 79, comma 2 in relazione al comma 1, lettera c); 86, comma 3 in relazione ai commi 1, 2 e 4, dello statuto della Regione Abruzzo, approvato in prima deliberazione il 20 luglio 2004 ed in seconda deliberazione il 21 settembre 2004.
Tale pronuncia assume rilievo in questa sede nella parte in cui afferma che "l'articolazione concreta dei rapporti politici tra Presidente della Giunta e Consiglio prende le mosse dalla simultanea investitura politica di entrambi da parte del corpo elettorale. Ogni atto di indirizzo dell'uno o dell'altro si pone come svolgimento, precisazione e arricchimento del mandato a rappresentare e governare conferito dagli elettori della Regione ai titolari dei poteri legislativo ed esecutivo. È intrinseca a questo modello una iniziale presunzione di consonanza politica, che può essere superata solo da un atto tipico quale la mozione di sfiducia. Non esiste tra Presidente della Giunta e Consiglio regionale una relazione fiduciaria assimilabile a quella tipica delle forme di governo parlamentari, ma un rapporto di consonanza politica, istituito direttamente dagli elettori, la cui cessazione può essere ufficialmente dichiarata sia dal Presidente che dal Consiglio con atti tipici e tassativamente indicati dalla Costituzione. Anche nell'ipotesi che il Consiglio, subito dopo le elezioni, volesse costringere il Presidente alle dimissioni, con conseguente proprio scioglimento, risulterebbe indispensabile la procedura solenne della mozione di sfiducia, giacché sarebbe necessario rendere trasparenti e comprensibili per i cittadini i motivi di una decisione di tale gravità. Né sarebbe ammissibile che alla maggioranza assoluta richiesta dall'art. 126, secondo comma, Cost. si potesse sostituire una maggioranza semplice, quale quella resa possibile dall'impugnato art. 46, comma 2, dello statuto della Regione Abruzzo.

SENTENZA n. 4 del 2010, nei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 2, comma 2, 3, commi 1, 3 e 4, 4, comma 3, e 6, comma 1, della legge della Regione Campania 27 marzo 2009, n. 4 (Legge elettorale).
Sulla pari opportunità di accesso alle cariche elettive si segnala anche la sentenza n. 4 del 2010 con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 3, della L.r. Campania n. 4 del 2009 che ha introdotto per la prima volta nell'ordinamento italiano la cosiddetta "preferenza di genere". I giudici di Palazzo della Consulta, movendo dal quadro costituzionale e statutario di riferimento, complessivamente ispirato al principio fondamentale dell'effettiva parità tra i due sessi nella rappresentanza politica, nazionale e regionale, e richiamando la sua pregressa ed essenziale giurisprudenza in materia , affermano che la regola sulla doppia preferenza non è in alcun modo idonea a prefigurare un risultato elettorale o ad alterare artificiosamente la composizione della rappresentanza consiliare, limitandosi a rendere maggiormente possibile, in un'ottica di eguaglianza di opportunità, il riequilibrio dei due sessi, senza imporlo. L'uguaglianza sotto il profilo dell'elettorato passivo rimarrebbe inalterata, in quanto la regola della differenza di genere per la seconda preferenza non offre possibilità maggiori ai candidati dell'uno o dell'altro sesso di essere eletti, posto il reciproco e paritario condizionamento tra i due generi nell'ipotesi di espressione di preferenza duplice. Risulterebbe altresì salva la libertà di voto garantita dall'art. 48 Cost., in quanto di fatto la facoltà di esprimere una seconda preferenza. "allarga lo spettro delle possibili scelte elettorali - limitato ad una preferenza in quasi tutte le leggi elettorali regionali - introducendo, solo in questo ristretto ambito, una norma riequilibratrice volta ad ottenere, indirettamente ed eventualmente, il risultato di un'azione positiva" che non sarebbe effetto della legge, "ma delle libere scelte degli elettori, cui si attribuisce uno specifico strumento utilizzabile a loro discrezione" che si limita ad offrire loro una possibilità ulteriore rispetto al regime ormai generalizzato della preferenza unica.

SENTENZA n. 45 del 2011, nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 1, commi 1 e 3, della legge della Regione Basilicata 19 gennaio 2010, n. 3 (Norme relative al sistema di elezione del Presidente della Giunta regionale e dei consiglieri regionali, ai sensi della legge 2 luglio 2004, n. 165 – Disposizioni di attuazione dell'art. 122, primo comma, della Costituzione), e degli artt. 1, 2 e 3 della legge della Regione Basilicata 5 febbraio 2010, n. 19 (Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 19 gennaio 2010, n. 3).
In tale sentenza, la Corte, dopo aver ricostruito la disciplina costituzionale e legislativa dell'intreccio tra forma di governo e sistema elettorale regionale, ha dichiarato l'incostituzionalità delle disposizioni di cui ai commi 1 e 3 dell'articolo 1 della L.R. n. 3 del 2010 e dell'art. 1 della L.R. n. 19 del 2010, in quanto introducevano un sistema elettorale sostanzialmente nuovo per la Regione Basilicata prima dell'approvazione dello statuto in violazione della disciplina transitoria fissata dalla L.cost. n. 1 del 1999. Nel riaffermare l'imprescindibile esigenza che il sistema di elezione si ponga in armonia con la forma di governo, i Giudici di Palazzo della Consulta con la sentenza n. 45 del 2011 consolidano un'impostazione argomentativa differenziata nel caso di inversione logica e cronologica nel rapporto tra statuto e legislazione elettorale regionale, distinguendo tra leggi elettorali regionali ad entrata in vigore differita e leggi elettorali regionali ad entrata in vigore condizionata. In sostanza, mentre le prime non garantiscono di per sé stesse il rispetto del principio di "non incoerenza" tra Statuto e legge elettorale sotteso alla citata disposizione costituzionale transitoria, dando adito alla possibile introduzione di "elementi originari di disfunzionalità, sino all'estremo limite del condizionamento del primo da parte della seconda in violazione o elusione del carattere fondamentale della fonte statutaria", le seconde, espressamente prevedendo quale condizione sospensiva della propria applicazione l'entrata in vigore dello Statuto regionale non sono tali da porre neppure in astratto un problema di determinazione dell'ambito della potestà regionale in materia, secondo i canoni del regime transitorio che, come è noto, mantiene la propria efficacia vincolante solo fino all'entrata in vigore dei nuovi statuti regionali . Di fronte all'ulteriore e conseguente obiezione avanzata dalla difesa della Regione ad avviso della quale le disposizioni impugnate avrebbero introdotto mere norme di dettaglio che, come tali, non avrebbero violato l'art. 5 della L. cost. n. 1 del 1999, la Corte ha contrariamente evidenziato come le stesse modificavano sensibilmente il sistema di elezione delineato dal legislatore statale in particolare nella parte in cui procedevano alla eliminazione del cosiddetto "listino", ovvero sulla quota di candidati alla carica di consigliere regionale eletta con il sistema maggioritario sulla base di liste regionali concorrenti. Soluzione diversa ha invece adottato il Giudice delle leggi con riferimento alle previsioni di cui agli articoli 2 e 3 della L.R. n. 19 del 2010 fatte salve dalla pronuncia in esame, ritenendo che le stesse si muovano nell'ambito degli "esigui spazi entro cui può intervenire il legislatore regionale in tema di elezione del Consiglio prima dell'approvazione dello Statuto"prefigurati dalla sentenza n. 196 del 2003, in quanto la prima si limita ad introdurre un mero meccanismo di distribuzione di seggi tra circoscrizioni elettorali mentre la seconda concerne esclusivamente l'aspetto dell'efficacia nel tempo delle norme contenute nella legge regionale n. 3 del 2010.

SENTENZA n. 188 del 2011, nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 10 della legge della Regione Puglia 28 gennaio 2005, n. 2 (Norme per l'elezione del Consiglio Regionale e del Presidente della Giunta regionale).
Con la sentenza n. 188 del 2011, la Corte, dopo aver nuovamente rilevato "il complesso riparto della materia elettorale tra le diverse fonti normative statali e regionali" e dopo aver chiarito che il rapporto tra statuto e legge della Regione è configurato dalla Costituzione in termini sia di competenza, con riferimento agli ambiti materiali espressamente riservati alla fonte statutaria ex articolo 123 Cost., sia di gerarchia, in ragione del carattere fondamentale dello Statuto comprovato dal procedimento aggravato previsto per la sua approvazione, ha dichiarato la fondatezza della questione prospettata e la conseguente illegittimità costituzionale della disposizione censurata. Nella pronuncia de qua viene infatti ulteriormente confermato che la determinazione della composizione numerica degli organi legislativi regionali, affidata nel sistema costituzionale previgente alla legge statale (art. 122, c. 1, Cost.) , è oggi riservata alle fonti statutarie in quanto concepita quale "fondamentale scelta politica sottesa alla definizione della forma di governo della Regione" . Pertanto, allorquando la fonte statutaria individui un numero fisso di consiglieri regionali senza prevedere espressamente la facultas variandi in capo al legislatore elettorale regionale non è consentito a quest'ultimo di introdurre meccanismi di flessibilità della composizione consiliare diretti ad attribuire seggi aggiuntivi, in quanto, come si è detto in precedenza, è consustanziale al sistema istituzionale delle Regioni che le rispettive leggi elettorali si armonizzino con la forma di governo "allo scopo di fornire a quest'ultima strumenti adeguati di equilibrato funzionamento sin dal momento della costituzione degli organi di vertice, mediante la predisposizione dei titolari alle singole cariche" . Lo Statuto pugliese, al comma 1 dell'articolo 24, stabilisce un numero fisso di seggi consiliari, disponendo che "il Consiglio regionale è composto da settanta consiglieri", senza contemplare alcuna facoltà della legge elettorale di prevedere l'attribuzione di seggi aggiuntivi al fine di garantire la formazione di stabili maggioranze in seno all'Organo legislativo. In definitiva, la disposizione censurata, nella parte in cui recepisce il meccanismo del premio aggiuntivo di maggioranza previsto dall'art. 15, comma 13, della legge statale n. 108 del 1968, modificandone parzialmente il contenuto (con un'operazione di tecnica legislativa di cui la Corte torna ad evidenziare l'"improprietà"), comporta, ove ricorrano i presupposti per la sua applicazione, un aumento del numero dei seggi consiliari indicato dallo Statuto, determinando un illegittimo contrasto tra la norma legislativa regionale e la previsione statutaria, norma interposta in riferimento all'art. 123 della Costituzione.

SENTENZA n. 151 del 2012, nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 5, commi 1, 4, 5 e 7, ultimo periodo, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica).
Con la sentenza n. 151 del 2012 la Corte costituzionale ha fornito, per la prima volta in maniera chiara, una definizione della locuzione costituzionale "sistema d'elezione". La sentenza particolarmente complessa ha preso le mosse dall'impugnazione da parte di alcune regioni di alcune previsioni contenute nei commi 1, 4, 5 e 7 dell'articolo 5 del D.L. n. 78 del 2010 per violazione di una serie di loro competenze legislative e amministrative e della loro autonomia finanziaria. Nello specifico, per la parte che in questa sede interessa, la Regione Puglia ha impugnato il comma 4 dell'art. 5 del decreto-legge n. 78 del 2010, nella parte in cui stabilisce che, a decorrere dal primo rinnovo dei Consigli regionali successivo alla data di entrata in vigore del decreto-legge medesimo, è ridotto del 10 per cento l'importo previsto a titolo di rimborso delle spese elettorali nell'art. 1, comma 5, primo periodo, della legge 3 giugno 1999, n. 157 (Nuove norme in materia di rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e referendarie e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici) per violazione: a) in via principale, dell'art. 117, quarto comma, Cost., perché lo Stato avrebbe invaso la competenza legislativa residuale della Regione nella materia elettorale; b) in via subordinata, con l'art. 122, primo comma, Cost., perché, ove pure la disciplina impugnata fosse ricondotta alla potestà legislativa concorrente sul "sistema di elezione [...] dei consiglieri regionali", essa comunque non esprimerebbe alcun principio fondamentale della materia, ma porrebbe un precetto di minuta regolazione. La Corte, dopo aver precisato che il rimborso delle spese elettorali sostenute da movimenti o partiti politici per le elezioni del Consiglio regionale è disciplinato dalla citata legge n. 157 del 1999, la quale, all'art. 1 - su cui interviene, modificandolo, l'impugnato comma 4 dell'art. 5 -, riconosce ad essi un rimborso forfetario in relazione alle spese elettorali sostenute "per le campagne per il rinnovo" anche dei Consigli regionali, afferma che la disciplina censurata sia da ricondurre alla fattispecie prevista dall'art. 122, primo comma, Cost. Infatti, ad avviso della Corte, l'espressione "sistema di elezione" utilizzata nell'art. 122, primo comma, Cost. deve ritenersi comprensiva, nella sua ampiezza, di tutti gli aspetti del fenomeno elettorale. Essa si riferisce, quindi, non solo alla disciplina dei meccanismi che consentono di tradurre in seggi, all'interno di organi elettivi, le preferenze espresse con il voto dal corpo elettorale (sistema elettorale in senso stretto, riguardante il tipo di voto e di formula elettorale e il tipo e la dimensione dei collegi), ma anche alla disciplina del procedimento elettorale (sentenza n. 196 del 2003), nonché a quella che attiene, più in generale, allo svolgimento delle elezioni (sistema elettorale in senso ampio). In sostanza, la materia "sistema di elezione", nel senso ampio ora indicato, include, perciò, la normativa concernente le campagne elettorali per il rinnovo dei Consigli regionali ed il rimborso, ove previsto, delle spese sostenute dai movimenti e partiti politici per tali campagne. Ne consegue la non fondatezza della censura formulata in via principale dalla ricorrente in riferimento al quarto comma dell'art. 117 Cost., perché in materia la potestà legislativa della Regione non è residuale, ma va ricondotta alla competenza concorrente di cui all'art. 122, primo comma, Cost., da esercitarsi nel rispetto dei princípi fondamentali stabiliti dallo Stato. Non è fondata neppure la questione promossa in via subordinata dalla ricorrente Regione Puglia, la quale ha dedotto che, quand'anche la normativa denunciata fosse riconducibile alla competenza concorrente di cui all'art. 122, primo comma, Cost., essa sarebbe comunque illegittima perché non detta un principio fondamentale della materia, ma pone una norma di stretto dettaglio.

SENTENZA n. 198 del 2012, nei giudizi di legittimità costituzionale dell'articolo 14, commi 1 e 2, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148 e dell'articolo 30, comma 5, della legge 12 novembre 2011, n. 183 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2012).
Con la sentenza n. 198 del 2012, la Corte costituzionale è tornata sul tema della composizione numerica delle Assemblee legislative regionale, pronunciandosi sulla legittimità costituzionale dell'articolo 14, comma 1, lett. a) del D.L. n. 138 del 2011, convertito nella L. n. 148 del 2011, il quale prevede, tra gli adempimenti a carico delle Regioni in funzione della riduzione dei costi degli organismi politico-istituzionali, una riduzione del numero dei consiglieri in relazione alla popolazione regionale. Sul punto la Corte dà una soluzione differenziata, distinguendo tra regioni speciali e regioni ordinarie. Per quanto concerne le Regioni a statuto ordinario, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 1, del decreto-legge n. 138 del 2011, per la parte che in questa sede interessa, veniva sollevata per violazione della potestà statutaria delle Regioni ex articolo 123 Costituzione e per contrasto con l'art. 122 Cost., in quanto tale norma attribuirebbe al legislatore statale una competenza ulteriore rispetto alla determinazione della durata degli organi elettivi e dei principi fondamentali relativi al sistema di elezione e ai casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale, nonché dei consiglieri regionali.A fronte di tale censura, i Giudici di Palazzo della Consulta precisano in premessa che la disposizione in esame, inserita nel Titolo IV del decreto-legge, dedicato alla "Riduzione dei costi degli apparati istituzionali", detta espressamente parametri diretti esplicitamente al "conseguimento degli obiettivi stabiliti nell'ambito del coordinamento della finanza pubblica" . Le lettere a) e b) dell'art. 14, comma 1, fissano un limite al numero dei consiglieri e degli assessori, rapportato agli abitanti, lasciando alle Regioni l'esatta definizione della composizione dei Consigli e delle Giunte regionali, ponendo precetti di portata generale per il contenimento della spesa. Accertata la finalità della disposizione impugnata, la Corte procede alla determinazione della materia nella quale interviene, individuata nella struttura organizzativa delle Regioni, regolata dagli articoli 121 e 123 Cost: il primo enumera gli organi regionali - Consiglio, Giunta, Presidente - e le loro funzioni, mentre il secondo demanda agli statuti il compito di determinare la forma di governo e i principi fondamentali di organizzazione e di funzionamento. Come è noto, l'art. 123 Cost., nella formulazione successiva alla riforma del Titolo V, dispone che gli statuti debbano essere "in armonia con la Costituzione". Posti i termini della questione, la Corte muove il suo ragionamento dalle disposizioni costituzionali che dettano norme concernenti il rapporto elettori-eletti per i consiglieri e le modalità dell'accesso ai pubblici uffici per gli assessori. In particolare, vengono assunte a parametro, per il diritto di elettorato attivo, l'art. 48 Cost., e, per il diritto di elettorato passivo e l'accesso agli uffici pubblici, l'art. 51 Cost. Il primo nella parte in cui dispone che "il voto (...) è eguale", il secondo lì dove specifica che "tutti i cittadini (...) possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza". Entrambe le norme, precisano i Giudici di Palazzo della Consulta, sono espressione del più generale principio di eguaglianza, del quale rappresentano una specificazione . Sulla base di tali presupposti, l'articolo14 del D.L. 138/2011, fissando un rapporto tra il numero degli abitanti e quello dei consiglieri, e quindi tra elettori ed eletti (nonché tra abitanti, consiglieri e assessori), mirerebbe "a garantire proprio il principio in base al quale tutti i cittadini hanno il diritto di essere egualmente rappresentati. In assenza di criteri posti dal legislatore statale, che regolino la composizione degli organi regionali, può verificarsi - come avviene attualmente in alcune Regioni, sia nell'ambito dei Consigli che delle Giunte regionali - una marcata diseguaglianza nel rapporto elettori-eletti (e in quello elettori-assessori): i seggi (nel Consiglio e nella Giunta) sono ragguagliati in misura differente alla popolazione e, quindi, il valore del voto degli elettori (e quello di scelta degli assessori) risulta diversamente ponderato da Regione a Regione" .In definitiva, alla luce delle considerazioni svolte, per la Corte, la disposizione censurata, non lede gli articoli 117, 122 e 123 Cost., in quanto, "nel quadro della finalità generale del contenimento della spesa pubblica, stabilisce, in coerenza con il principio di eguaglianza, criteri di proporzione tra elettori, eletti e nominati".

SENTENZA n. 1 del 2014, nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 4, comma 2, 59 e 83, comma 1, n. 5 e comma 2 del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), nel testo risultante dalla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica); degli artt. 14, comma 1, e 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l'elezione del Senato della Repubblica), nel testo risultante dalla legge n. 270 del 2005.